La selvaggina, ricchezza alpina

Per secoli la caccia è stata parte integrante della quotidianità per gli abitanti delle zone montane; un modo per arricchire una dieta non proprio varia, un’occasione di socialità maschile e un modo di gestire il territorio circostante.

Dopo la seconda guerra mondiale questa pratica è andata scemando, fino a diventare un’attività meramente ludica e marginale nella vita sociale ed alimentare.

Oggi questa pratica, spesso aspramente criticata, potrebbe rivelarsi un importante tassello per il rilancio di territori montani sofferenti. La ricchezza dei territori montani, infatti, risiede ormai unicamente nel’ambiente circostante in quanto scrigno di tradizioni, usi, alimenti tipici, ingredienti a km 0 e possibilità turistiche.

La caccia, non solo permette di gestire in maniera attenta i boschi e le aree montane, ma, se correttamente effettuata, produce un ingrediente di qualità organolettica e nutrizionale superiore, elementi molto ricercati dai nuovi turisti, sempre più attenti alla sostenibilità, stagionalità e gusto.

Nel solo arco alpino, sulla base degli abbattimenti stabiliti quest’anno, sarebbe possibile produrre un massimo di circa 7 milioni di porzioni di selvaggina (fra cervi, camosci, cinghiali, mufloni e daini). Se tutte queste porzioni finissero nei piatti dei turisti (che ricercano in primis il prodotto locale) si potrebbe creare un’importante filiera dalla quale beneficierebbero proprio le aree più isolate.

Purtroppo i cacciatori non si considerano “produttori” e spesso consumano la cacciagione in famiglia, piuttosto che venederla. Tristemente la maggior parte della selvaggina consumata nei ristoranti è di importazione e di allevamento (Francia, Austria e Slovenia), nonstante vi sia abbondanza di un prodotto qualitativamente superiore, locale, di impatto ambientale nullo in termini di emissioni di anidride carbonica.

Ecco perchè recentemente vi è un interesse nel formare in primo luogo i cacciatori, perchè capiscano il valore del prodotto e comprendano che alcune pratiche come l’eviscerazione immediata e la frollatura controllata possono davvero fare la differenza sulla qualità del prodotto, che viene sempre più proposto con cotture brevi o nulle, per enfatizzare le qualità intrinseche della carne.

In secondo luogo vanno formati i ristoratori e infine i consumatori, perchè si rendano conto che la caccia è un’attività non solo tradizionale, ma che va ad abbattere animali che hanno vissuto in maniera libera e naturale, cibandosi con erbe e bacche locali, a differenza di animali forzati in stalle spesso troppo piccole e trasportati per chilometri su TIR.

Anche non scegliere è una scelta… noi preferiamo essere quello che mangiamo. Noi siamo BiodiversaMente!